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A. D. V. P

L’ADVP : UN MODELLO DI EDUCAZIONE PSICOLOGICA

Raymonde Bujold

Inizialmente l’ADVP è stata una risposta ad una domanda che ci ponevamo da alcuni anni. Eravamo preoccupati vedendo tanti giovani lanciarsi in un percorso professionale che non avevano scelto o che avevano subìto tali e tante pressioni culturali e sociali che non si poteva certo parlare di scelta. Il Prof. Denis PELLETIER, dell’Università Laval del Quebec, avanzò l’ipotesi di riunire i compiti dello sviluppo descritti da Donald Super, esperto in sviluppo vocazionale, con le abilità cognitive presentate da J.R. Guilford nelle sue ricerche multidimensionali dell’intelligenza, per imparare a fare una scelta. Fu questo il primo passo di quello che oggi chiamiamo l’ADVP (Attivazione dello Sviluppo Vocazionale e Personale). Questo era solo il primo passo. Dovevamo ora chiarirlo, precisarlo, renderlo operativo e significativo.

Ci siamo subito accorti che i compiti dello sviluppo e i processi cognitivi avevano bisogno di un contenuto e che questo contenuto non poteva essere nient’altro che l’esperienza personale dell’individuo. Quando nomino l’esperienza, mi riferisco a tutto ciò che fa parte del vissuto di una persona: i sentimenti e le percezioni, la fantasia e le emozioni. Un contenuto, tuttavia, deve essere accessibile se vuole essere utilizzato e significativo e così arriviamo ad una seconda domanda: come rendere accessibili all’individuo il contenuto delle sue esperienze poiché sono fondamentali per la sua vita e per le sue scelte? Questa domanda ci costringe a collocare l’esperienza nello sviluppo generale dell’individuo e a proporre un modello educativo psicologico che metta la persona nella condizione di realizzarsi mediante e tramite la scoperta e l’integrazione delle sue esperienze.  Tenterò dunque di dimostrare come l’ADVP sia un modello educativo psicologico tramite la concezione dell’uomo che lo sottende, con la definizione di sviluppo che elabora e con la sequenza euristica che propone come trattamento e integrazione dell’esperienza.

  1. La concezione dell’uomo

L’approccio ADVP si colloca chiaramente nella linea del pensiero umanista e considera l’uomo un essere intenzionale. Secondo Pelletier (1977): “l’uomo è fondamentalmente un essere intenzionale che tenta di dare un senso alla sua vita. Non può essere ricondotto ad un semplice schema stimolo/risposta. La sua motivazione dimostra essere ben altro rispetto alla semplice riduzione della tensione. Egli vuole dare del senso alla sua vita.”

Poiché è un essere intenzionale, alla scoperta di senso, l’uomo cerca, coscientemente o meno, un tipo di rapporto particolare con l’esperienza, a due livelli:

- a livello intenzionale, egli desidera che l’esperienza sia sua, che lo definisca, che gli dica qualche cosa di lui, o per lo meno, che sia portatrice delle sue particolarità. L’intenzione, alla base dell’azione, esprime il bisogno di un rapporto più ampio, di una ridefinizione di sé, dell’espressione di credenze iscritte in tutto ciò che compone l’essere umano.

- alivello dell’azione, l’uomo seleziona le sue esperienze alla luce delle sue intenzioni. Vuole che la sua azione lo traduca – proprio lui -, che la sua esperienza lo collochi come diverso e capace di originalità che nega la ripetizione di un modello. Di conseguenza, cercherà di trovare una certa continuità nelle sue intenzioni e nelle sue azioni se vuole evitare la confusione e la dispersione e poter giungere alla definizione di sé. Questo compito sarà più facile se potrà osservare una continuità nel senso nelle sue esperienze, nella direzione delle sue azioni. Questa continuità favorisce la formazione e il mantenimento di un centro interiore che gli permetterà di analizzare e di comprendere come e perché l’esperienza è coerente con la sua vita e con il suo avvenire.

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Più l’uomo sarà capace di una intenzione profonda, di un agire conseguente alla sua intenzione, più potrà percepire la sua vita come un progetto o, meglio ancora, più potrà percepire sé stesso come progetto di vita. Egli sarà il proprio progetto. Sarà allora più facile o possibile dare un senso a questo progetto perché sarà l’unico a comprenderlo e a possederlo completamente. Pelletier diceva giustamente: “una vita ha senso quando l’esperienza attuale è gradevole in relazione ai bisogni ed è importante rispetto agli obiettivi.” Se l’uomo è il proprio progetto, se accetta questa sfida, si orienterà necessariamente verso un benessere poiché egli è un essere in divenire, un essere che va verso…. E finchè vive non c’è per lui nessun arrivo definitivo. E’ stringendosi al suo progetto che l’uomo troverà la sua realizzazione e la sua felicità.

 

  1. Il concetto di sviluppo

E’ proprio perché abbiamo il concetto di uomo come essere intenzionale alla ricerca di esperienze che lo traducano come progetto di vita, definiamo globalmente lo sviluppo come un processo (approccio induttivo) nel quale l’individuo esplicita la sua esperienza allo scopo di conoscere, comprendere, integrare e realizzare i suoi desideri, le sue aspirazioni, i suoi valori, in modo che la sua vita abbia del senso e che possa esprimere la sua vera identità. Tre principi guidano questa concezione di sviluppo.

Primo principio : non c’è sviluppo senza esperienza

L’essere umano, a causa della sua natura e complessità, sente il bisogno di mettersi sempre di più alla prova. E’ la dimensione soggettiva dell’esperienza. In modo cosciente o meno, orienta ogni suo agire, in funzione del piacere o del fastidio che prova. Pensate per un attimo a quello che provate davanti a un buon piatto, davanti ad un giardino in fiore, ascoltando una musica coinvolgente, ad un amico che piange. Il vostro comportamento è orientato da quello che provate? Anche i gesti quotidiani non sono sprovvisti di senso, come spesso si pensa. Se non avessero senso, non esisterebbero. E poiché l’esperienza assume obbligatoriamente un senso per l’individuo, si ricongiunge ad esso in ciò che c’è di più profondo in lui, il suo vissuto affettivo, la sua emozione. Oso avanzare l’ipotesi che tutto parte dall’emozione e tutto torna all’emozione, e che c’è sviluppo solo quando la persona entra in contatto con l’emozione specifica che la fa agire. Questo enunciato ha conseguenze importanti ed evidenti. Pone l’obbligo alla persona di riconoscere l’emozione che la abita, di accoglierla per comprenderla e di agire in conformità a quanto provato. Molte persone si rifiutano di considerare l’emozione come la base fondamentale del loro agire perché sono abituati a parlare dell’emozione in termini positivi o negativi.  Attribuiscono una qualità che si riferisce ad una esperienza di piacere o di dispiacere più o meno rilevante. L’agio o il disagio che proviamo spesso di fronte all’emozione è solo l’indizio dell’esperienza che dobbiamo vivere se vogliamo cambiare. E cambiare vuol dire svilupparsi.

Vorrei precisare ora quello che intendo per cambiamento. Cambiare, non vuol dire diventare qualcun altro, non vuol dire abbandonare quello che si ha. Cambiare, vuol dire possedersi un po’ di più  a seconda delle proprie esperienze, è accogliere la propria vita in quello che ha di più intimo ed unico, è avvicinarsi gradualmente a ciò che costituisce “il centro di sé”. A questo proposito, il carattere spontaneo dell’esperienza aiuta notevolmente la persona a confrontarsi, a scoprire aspetti nuovi, insospettabili di sé stessa o a riconoscere ciò che la rende particolare nella sua intimità. Ci sono espressioni di sé che, sfuggendo al controllo, diventano ancora più rivelatrici della vera natura del soggetto. L’esperienza è, da questo punto di vista, ciò che accade senza che la persona l’abbia provocato o voluto. I contenuti spontanei, così come le immagini interiori, le posture

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corporali, i gesti e i movimenti involontari, le emozioni e i sentimenti, le azioni e le reazioni istantanee e inattese costituiscono l’aspetto sostanziale dell’esperienza.

In breve, più la persona vive la sua esperienza in modo spontaneo, più è vicina al suo “centro”, più le sue esperienze diventano significative e più c’è crescita e sviluppo. Visto da questo punto di vista, lo sviluppo è una esperienza da vivere.

 

Secondo principio : per procedere nel suo sviluppo la persona deve trattare la sua esperienza

 

Se fosse sufficiente vivere delle esperienze per evolvere, potremmo avere la tentazione di dire: mi prendo sei mesi, un anno, tre anni per vivere delle esperienze. Mi svilupperò molto e poi, potrò vivere. La situazione non è così semplice. L’esperienza diventa modalità di  crescita e di sviluppo solo quando la persona riesce a darle un senso – il senso che lei ritiene di doverle dare. Illustro quello che voglio dire con un esempio: tre persone vanno ad una festa popolare. La prima è triste. Trova lo spettacolo lungo ed insignificante. La seconda esprime tutto l’entusiasmo e il senso di  partecipazione provati. Gli attori erano splendidi ed ha imparato un sacco di cose. La terze è aggressiva. Non capisce come si possa presentare in una forma così caricaturale il vissuto di un popolo. Siamo in presenza di tre significati diversi per lo stesso contenuto: lo spettacolo rappresentato. La spiegazione è contemporaneamente semplice e complessa. Semplice perché è ovvio che ciascuno reagisca a modo suo. Complesso perché si riferisce all’insieme dei vissuti delle persone che si sono espresse.

Non possiamo trattare le nostre esperienze indipendentemente dal nostro vissuto in generale. Non è un caso se lo stesso spettacolo suscita contemporaneamente delusione, entusiasmo e aggressività. Il contenuto oggettivo dello spettacolo ha risvegliato emozioni diverse per ogni persona. Ciascuno deve inizialmente permettersi di accogliere ciò che prova per capire ciò che vive attualmente. Dovrà creare collegamenti tra le esperienze passate e presenti. Dovrà riconoscere che ciò che vive ora non è indipendente dalle sue esperienze passate e dalla sua esperienza in generale come persona.

Per svolgere questo compito di comprensione, la persona deve trattare (elaborare) la sua esperienza, cioè collocarla, metterla a confronto e misurarla con i dati del suo vissuto complessivo. Deve cercare di scoprire come l’esperienza che vive attualmente parla di lei come persona. Troviamo qui la dimensione implicativa dell’esperienza. Effettivamente, per elaborare la propria esperienza, la persona non deve solo permettersi semplicemente una riflessione astratta in rapporto a ciò che vive. Deve cercare di mobilitare tutte le sue energie nell’esperienza che sta vivendo. A questo proposito citiamo Pelletier:

“C’è un impossessarsi completo quando una realtà mi è rivelata sia perché sento, sia perché vedo, sia perché tocco, sia da quello che provo e che faccio. L’apertura all’esperienza non è nient’altro che la teoria dell’attenzione. Non solo siamo selettivi nelle nostre percezioni, lo siamo anche nell’utilizzo dei nostri sensi. Ci sono esperienza ed implicazione personale quando i diversi modi di ……………. Forniscono contemporaneamente dati convergenti e pertinenti all’oggetto della conoscenza.

Contrariamente, la non-esperienza consiste nel vivere una situazione dove i dati sensoriali, emotivi ed affettivi sono ignorati e giocano un ruolo anche di perturbazione rispetto all’oggetto della conoscenza. Diciamo allora che l’individuo è separato dalla sua esperienza.”

Presupponiamo che ci sia nell’esperienza, una gerarchia di implicazioni capace di portare una persona a vivere e ad elaborare la propria esperienza con una sempre maggiore profondità. La parola, l’immagine, l’emozione e l’azione sarebbero la tappe di questa gerarchia. In effetti, posso parlare di una mia esperienza nello stesso modo in cui parlo di

un fatto qualsiasi. Le parole mi sono allora utili per enunciare un contenuto fattuale. Dirò che sono al servizio del racconto ma che non vanno molto oltre la semantica.

Più implicante della parola, l’immagine da la possibilità di rivelarmi con più fantasia  lasciando anche filtrare un contenuto spontaneo che a volte è pieno di senso. Se dico che mi sento come un uccello in volo, l’immagine utilizzata lascia intravedere indizi  certi sul mio stato attuale. Supera la parola che evidenzia una dinamica interna e provoca nell’ascoltatore la scoperta del senso.

Al di la della parola e dell’immagine, l’emozione permette di esprimere un vissuto con una maggiore profondità e una qualità più definita. L’aggressività e la tristezza non rimandano allo stesso stato d’animo. Mentre è più facile fare confusione con l’immagine, l’emozione tende a esprimere più chiaramente il vissuto. A titolo di esempio, quando dico di sentirmi come un uccello in gabbia, l’immagine può far pensare all’aggressività o alla tristezza o alla solitudine. Se dico che sono triste la mia situazione risulta più chiara.

L’azione è il livello più implicante dell’esperienza perché mi fa partecipare contemporaneamente sia con il corpo che emotivamente a quello che sto vivendo.

Riassumendo, trattare la propria esperienza vuol dire lasciarsi impregnare da quest’ultima; è lasciarsi reagire ed agire in un movimento spontaneo accogliendo i diversi messaggi che compongono l’attuale vissuto; è coinvolgersi nella scoperta del senso che l’esperienza ha per sé.

Terzo principio: svilupparsi vuole dire integrare la propria esperienza nel vissuto generale

Trattare (Elaborare) la propria esperienza, scoprirne il senso, non è sufficiente perché ci sia crescita e sviluppo. Bisogna per forza che la persona faccia una scelta rispetto a ciò che comprende. Due sono le opzioni principali: rifiutare l’esperienza e il senso che contiene o accettarla e farla propria.

Rifiutare la propria esperienza e il senso che contiene, vuol dire pensare che questa esperienza non ha niente a che vedere con il proprio vissuto più generale o che il senso che porta non può essere accolto. C’è una sorta di disconnessione, di separazione tra ciò che accade ora e ciò che la persona può comprendere, toccare e ricevere da sé. Per tutte queste ragioni, la persona non può o non vuole riconoscere la propria emozione, la propria esperienza per quello che è. Si chiude e rifiuta ciò che si trova davanti a lei.

Accettare il senso rivelato dall’esperienza, è accettare di lasciarsi toccare, lasciarsi mettere a confronto dai dati stessi dell’esperienza; è rischiare di cambiare. Dico rischiare perché si esce sempre diversi da una esperienza nella misura in cui si assumono i nuovi dati che ci sono rivelati.

Nell’ADVP diciamo che bisogna rendere espliciti i dati impliciti dell’esperienza. Ogni movimento della persona, interno o esterno, rivela qualcosa di lei. L’esplicitazione, è la ricerca alla scoperta del senso contenuto dal movimento. L’implicito, è ciò che è contemporaneamente presente, diffuso, non trasmissibile in quanto tale, ma che, reso cosciente e accessibile, contiene il messaggio più vero, il più vicino al vissuto della persona, del suo centro, del suo senso. Rendere esplicito l’implicito è riconoscere qualcosa di sé che ancora non conoscevamo o che non conoscevamo in quel modo. E’ accettare  il vissuto del qui ed ora e che appartiene, grazie alla memoria affettiva e alla coscienza, ad un contesto più ampio che da senso e direzione a ciò che accade. In altre parole, l’individuo può cogliere della sua esperienza immediata dei significati per l’avvenire per molte ragioni, deve mantenere la continuità del suo vissuto, produrre, realizzare progetti. Possiamo dire che l’esperienza deriva necessariamente da un determinato contesto e comporta comunque una intenzione tacita che bisogna rendere esplicita: il carattere direzionale dell’esperienza.

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Accettare la propria esperienza, è accettare di percepirsi sotto una nuova luce, diversa, è accettare un nuovo senso nella propria vita; è accettare una nuova direzione, un nuovo punto d’arrivo. Riassumendo direi che lo scopo  dello sviluppo è vivere intensamente e comprendere profondamente.

 

  1. Attivazione dello sviluppo: la sequenza euristica

Attivare lo sviluppo di una persona, è, in un certo modo, dargli le condizioni necessarie per vivere, trattare e integrare la sua esperienza. Riteniamo che l’esperienza contenga dati impliciti che bisogna prima esplorare (esplorazione) se vogliamo capirla, organizzarla (cristallizzazione) per scegliere il senso che vogliamo dare (specificazione) e che orienterà la nostra azione (realizzazione). Tento ora di esplicitarvi questi diversi tempi dell’esperienza.

L’esplorazione

E’ il periodo in cui la persona si deve familiarizzare con quello che le capita di nuovo. E’ il momento dove si deve lasciare toccare dall’esperienza, lasciarsi invadere, in qualche modo,  dalla sensazione di novità che le si sta presentando. E’ il momento dove è necessario essere curiosi, ricettivi,aperti.

Esplorare, è permettersi l’accesso all’immaginario, alla fantasia, per meglio capire la realtà da diversi punti di vista. E’ autorizzarsi a non capire immediatamente. E’ fare domande, avanzare ipotesi nuove, è cercare di capire in un nuovo modo, ingenuo, spontaneo.

Nell’ADVP riteniamo che, per esplorare, la persona deve assumere le abilità del pensiero creativo. E cito a questo proposito Pelletier, Noiseux, et Boujold:

“L’esplorazione, che sia vocazionale o di un altro tipo, che sia individuale o di gruppo, che riguardi la persona o il contesto, si rivela usando un linguaggio operativo, legata alla lettura dei fatti, a un allargamento degli elementi da considerare, ad una ridefinizione dei fenomeni, ad un comportamento percettivo-intuitivo piuttosto che valutativo, alla divergenza e alla disponibilità rispetto al multiplo e al complesso. Insomma, supponiamo che ai fini esplorativi un insieme di comportamenti interni che assomiglia molto al pensiero creativo”.

La cristallizzazione

Cristallizzare vuol dire organizzare, vuol dire mettere ordine dove c’è disordine, è riunire per tematiche i dati raccolti al momento dell’esplorazione. E’ il momento per far emergere tendenze,  estrarre l’essenziale,  ipotizzare varie possibilità, scoprire le motivazioni, i valori che sono veri in tutte le circostanze, è tentare di trovare le connessioni e le similitudini che esistono fra le diverse componenti della propria esperienza.

La cristallizzazione riporta ad una stabilizzazione di sé e delle proprie preferenze, poiché l’organizzazione concettuale delle esperienze mette al riparo l’individuo dalle fluttuazioni quotidiane. Effettivamente, colui che non ha cristallizzato la rappresentazione di sé modifica le attribuzioni e le valutazioni in funzione di avvenimenti particolari, in funzione spesso dell’ultima situazione incontrata, da cui la sua confusione, la sua instabilità e la sua interminabile esplorazione. Invece, colui che organizza, struttura, cristallizza le percezioni e le informazioni di sé in raggruppamenti larghi e inclusivi, sfugge alla parcellizzazione di sé e raggiunge una visione d’insieme, giunge alla sintesi indispensabile alla propria sicurezza.

Per cristallizzare, l’individuo si richiama al pensiero concettuale. Questo pensiero ha la funzione di riportare il multiplo e il complesso a delle categorie generali, a dei raggruppamenti larghi, a dei concetti fondamentali, a delle convergenze inglobanti.

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La specificazione

Il porsi le domande iniziali dell’individuo, inizialmente orientato in tutte le direzioni, si organizza un po’ alla volta in un tutto coerente. E’ a quel momento che alcuni aspetti gli  appaiono centrali, alcune possibilità più importanti.  E’ il momento in cui mette a confronto più elementi di sé arrivando a constatare l’importanza o l’onnipresenza di alcuni dei suoi comportamenti. Di tutte le immagini di sé, identifica le più caratteristiche, le più significative della sua individualità.  E’ il momento in cui il percorso del soggetto raggiunge il suo obiettivo specifico, dove le risposte  le più appropriate iniziano a farsi strada. E’ il momento in cui prende coscienza di quello che è buono per lui e delle scelte che deve fare. Si prepara ad affrontare un processo comparativo ove appariranno i valori per lui da realizzare, gli obiettivi più pertinenti da perseguire, gli adattamenti più felici da fare nei confronti dei suoi bisogni e alle condizioni della sua realtà. Le decisioni da prendere e le esperienze da vivere sono collocate nella congiuntura concreta delle contingenze quotidiane. Insomma, le sue intenzioni di cambiamento e le sue possibilità d’azione sono considerate in un contesto valutativo di decisione, di verifica e di realismo.

Il pensiero che corrisponde alla specificazione è quello valutativo. Questo pensiero permette di mettere a confronto, ordinare, e scegliere. Secondo Guilford e Hoepfner, la valutazione è il processo che permette di mettere a confronto i dati informativi, come termini specifici conosciuti,  partendo da criteri logici quali l’identità e la consistenza.

La realizzazione

Non è sufficiente d’aver trovato la soluzione migliore per sé, bisogna anche che questa possibilità d’azione o questo nuovo modo di essere si realizzi, si materializzi nella realtà. Come dunque consolidare e generalizzare un apprendimento così recente?  Come proteggere una decisione che non mancherà di essere messa alla prova da opposizioni e da contrarietà? Una certa apprensione si aggiunge all’entusiasmo della scoperta. E’ qui che bisogna evitare il tranello dell’entusiasmo se è in grado di prevedere le difficoltà, se si sa rendere operative le proprie intenzioni, se si è in grado di vedere in sé la forza che attribuisce al sistema, alla società che impedisce la sua attualizzazione.

Questo impegno può essere facilitato, secondo noi, da processi implicativi dove l’individuo visualizza anticipandoli gli ostacoli da superare, le procedure da attuare, i comportamenti da verificare. Abbiamo anche supposto l’esistenza di abilità di previsione, nel senso  che l’individuo che ha pianificato il suo percorso deve preoccuparsi delle conseguenze possibili della  sua azione, essere capace di trarre le conseguenze dai dati in suo possesso. Le altre ipotesi si riferiscono alla capacità di elaborare, di ordinare gli elementi di un problema o le tappe che conducono alla soluzione, di inventare nuovi metodi o nuove applicazioni, di valutare l’importanza delle variabili implicate e di evidenziare i punti deboli nel percorso previsto.

Conclusione

L’ADVP proprio per l’importanza che attribuisce all’esperienza soggettiva e allo sviluppo, si ritiene un modello educativo psicologico in grado di favorirne l’autonoma  presa in carico. Se il soggetto accoglie la sua esperienza e apprende a trarne vantaggi, a dargli un senso che a lui conviene, i problemi di scelta a cui sarà confrontato gli forniranno l’occasione per trattare i dati della sua esperienza secondo una sequenza che gli faciliterà  la risoluzione della scelta e una sua migliore integrazione poiché, lo ripetiamo, evolversi vuol dire vivere intensamente e comprendere profondamente.

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