Apprendre à s'orienter dans un monde incertain

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Storia dell 'orientamento

LA STORIA DELL ’ORIENTAMENTO IN FRANCIA

 di Robert Solazzi

 

 

1)      LA STORIA DEGLI ATTORI DELL’ORIENTAMENTO E DELLE LORO INTERELAZIONI.

 

Primo periodo: prima del 1848…. I Padri, punti di riferimento per l’orientamento

L’orientamento era un affare di famiglia, sottoposto all’autorità del padre. Egli decideva il futuro dei suoi numerosi figli secondo criteri e valori legati alla classe sociale di appartenenza, ai ruoli e agli sbocchi conosciuti. Gli abitanti del paese e soprattutto gli Anziani, che avevano il ruolo di Saggi, completavano le informazioni necessarie per prendere una decisione. In caso di conflitto o di problemi, il giovane partiva all’avventura e diventava ambulante, brigante, commerciante... Si arruolava come soldato, monaco, religioso, marinaio, ecc.

Le scelte erano limitate ma precise, le trasgressioni identificate come tali... Gli attori erano: i cittadini, i genitori e i figli, i datori di lavoro, i saggi….

 

Secondo periodo: dal 1848 al 1910 (circa) : appaiono le Associazioni e i Soggetti collettivi locali.

Le Rivoluzioni industriali, le guerre e le epidemie trascinano l’esodo rurale verso le periferie delle città industriali dove il lavoro parcellizzato è associato alla disoccupazione, al lavoro delle donne e dei bambini, allo sradicamento, con conseguenze disastrose.

Progressivamente i cittadini presero coscienza della situazione e crearono numerose associazioni di mutuo aiuto e di educazione popolare in  collegamento con le Amministrazioni Comunali. Le

Camere del lavoro presero iniziative per trovare soluzioni ai problemi legati al lavoro.

 

Terzo periodo : dal 1920 al 1922 (circa) : la nascita dei primi Uffici per l’orientamento e dei primi Uffici per il lavoro.

Tra le numerose associazioni appaiono gli uffici per l’Orientamento dove intervengono persone nei ruoli più diversi: volontari, maestri in pensione, dipendenti distaccati dai Comuni. Questi Uffici sono associazioni senza scopo di lucro, finanziate localmente. Riuniscono nel loro Consiglio di Amministrazione l’insieme dei  rappresentanti sociali a livello locale.

A quel tempo, orientamento e sviluppo locale erano strettamente legati

 

Quarto periodo: dal 1922 al 1934 (circa) : nascita dello Stato e dei ricercatori scientifici.

Stanno apparendo nuovi soggetti sulla scena dell’orientamento.

Lo Stato decide nel 1922 di definire l’orientamento professionale, come un insieme di operazioni

che riguardano gli alunni alla fine del periodo scolastico obbligatorio e di concedere alcune sovvenzioni. Sarà l’inizio della rete dei futuri Servizi nei Provveditorati agli Studi.

Gli orientatori si organizzano in Associazioni e insoddisfatti dei risultati ottenuti, vogliono professionalizzarsi. Si rivolgono verso una nuova disciplina che sta ottenendo i primi successi: la psicologia sperimentale.

Nei licei anche i genitori si organizzano.

Alla fine di questo periodo appaiono due sistemi: uno per gli alunni di ceto popolare della scuola elementare con orientamento tramite test (Psicotecnica) ed esami medici. L’altro, per i giovani dei ceti agiati che proseguono gli studi, con orientamento tramite l’informazione sui percorsi scolastici

e gli sbocchi lavorativi (Ufficio Universitario di Statistica, antenati dell’ONISEP).

Lo stesso accade per l’inserimento degli adulti, inserimento diretto per i disoccupati, selezione tramite test per coloro che intendono imparare un mestiere con percorsi formativi accelerati.

Gli attori principali dell’orientamento sono precisi ed hanno numerosi punti in comune: hanno un concetto ideale di società ben gerarchizzata dove ciascuno, grazie alla scienza , troverà un posto di lavoro a vita. Hanno fede nel Progresso e nelle pari opportunità. Hanno una grande libertà d’azione, non risparmiano né tempo, né fatica: sono dei pionieri. Gli uffici sviluppano le loro attività in relazione  alla domanda locale, non ci sono indicazioni nazionali e sono molto legati al territorio. Devono rendere conto solo ai finanziatori locali.

 

Quinto periodo: dal 1934 al 1945,  il consenso degli attori… e la presa del potere degli amministrativi e dagli esperti.

Malgrado le spaccature degli “anni oscuri”  della guerra 39-45, la supremazia degli amminstratori e degli esperti diventa precisa. Un esempio: il decreto legge del 24 maggio 1938 che rende obbligatoria una sessione di orientamento tramite  test ed una visita medica per tutti gli studenti che escono dal ciclo obbligatorio, veniva rilasciata una indicazione che non era obbligatoria.

 

Sesto periodo: dal 1945 al 1965, la deriva degli attori dell’orientamento

La fine della seconda guerra mondiale vedrà l’inizio del “trentennio glorioso”, la messa in opera di numerose riforme elaborate durante la resistenza ed anche l’esplosione della scolarità.

C’è una minore urgenza al collocamento degli studenti, i genitori e le aziende si trovano d’accordo affinché i ragazzi proseguano gli studi. Manca mano d’opera e i test per la selezione e le sessioni di orientamento perdono di importanza. L’orientamento diventa sempre più scolare ed è a quel punto che si consolidano le posizioni professionali dei consiglieri e le strutture dei CIO (Centri Informazione Orientamento). Si insinua il dubbio sull’utilizzo dei test e la loro missione è sempre più definita a livello nazionale. Il  contratto dei consiglieri di orientamento li assimila al personale  delle strutture del ministero dell’Istruzione e li allontana dai territori. Prima si occupavano dei giovani del loro territorio senza obiettivi predefiniti, ora si chiede loro di prendersi carico delle coorti di alunni di un determinato livello. Da un servizio per i giovani di un territorio, diventano progressivamente un servizio del Ministero dell’Istruzione Pubblica.

Nuovi attori entrano in scena: insegnanti, psicopedagoghi, amministrativi.

 

Settimo periodo: dal 1966 al 1980: la crisi tra gli attori dell’orientamento

Gli avvenimenti del Maggio 68 segnano profondamente gli attori dell’orientamento.

In un primo tempo la parola tornava agli individui, la selezione era bandita così come tutte le procedure di valutazione e i consiglieri non utilizzano più né i test né il consiglio, tutt’al più fanno informazione.

Una riforma dei Servizi mise in opera, in nome del rispetto dell’individuo, un travestimento dell’orientamento come sistema per la selezione e la suddivisione dei flussi di alunni.

Per gli amministrativi la lezione era stata ben capita e si posava su due acquisizioni fondamentali:

Mai chiedere ai topi se vogliono un gatto.

Il carciofo si mangia una foglia alla volta.

L’importante è che le persone abbiano l’impressione di decidere, perché in realtà l’orientamento è un problema semplice che gli orientatori complicano a piacere.

Mentre si stavano applicando le riforme, le crisi petrolifere del 73 e del 79 cambiavano in modo sostanziale il mercato del lavoro..

Paradossalmente, il Maggio 68 aveva consolidato il potere degli amministrativi dell’orientamento e la messa in secondo piano degli esperti, degli operatori e dei cittadini. Il rapporto con il territorio era scomparso!

 

Ottavo periodo: dal 1981 : vero il crepuscolo dell’orientamento?

Anche dandosi apparenze umaniste gli amministratori prendono il potere e si sviluppa un “mercato dell’orientamento”. Si costituiscono nuove reti in connessione con la disoccupazione crescente.

Ogni rete di definisce al servizio dell’utenza, ma prima di tutto al servizio della struttura la cui sopravivenza dipende dai finanziamenti che dipendono essi stessi dai risultati che sono definiti in modo semplice.

Piu si sviluppano le offerte, più gli individui si illudono, più sono sfiduciati o cercano di trarre vantaggio dalle varie offerte. La rappresentazione sociale dell’orientamento è sempre più negativa anche se marginalmente trova risultati efficaci che sono allora messi in vetrina.

Quando si parla della resistenza degli attori si parla solo della resistenza di coloro che non vogliono né accettare la realtà, né cambiare comportamento. Non stiamo parlando della resistenza degli attori istituzionali che vogliono mantenere il controllo sui flussi  degli alunni, degli studenti, disoccupati, donne, handicappati, rifugiati, clandestini, anziani. Le istituzioni non sanno sfuggire ai paradossi, è anche vero che Descartes  impedisce loro la vista!

 

Primo paradosso: in generale ottengono i mezzi per durare nel tempo…. Che spesso utilizzano per sopravvivere…. Anche se hanno perso la loro utilità.

Secondo paradosso: prendono del tempo per sé, mentre i cittadini in preda all’incertezza, vogliono risposte urgenti che provocano nuove crisi.

Terzo paradosso: sono in preda anche loro dell’incertezza e rispondono nell’urgenza a problemi che richiedono molto tempo per essere risolti, condannandosi così a non risolvere né le urgenze né la complessità.

 

Contemporaneamente l’orientamento è diventato così complesso da non essere più oggetto di ricerca; gli operatori sono costretti  a dare un quadro teorico ad  azioni  imposte dalle amministrazioni o dai finanziamenti. I cittadini sempre più smarriti cercano soluzioni miracolose su Internet, dai coach o dalle veggenti.

 

2)IL CONTESTO SOCIOECONOMICO E CULTURALE DELL’ORIENTAMENTO OGGI

Una speranza di vita sempre più lunga, ma i punti di riferimento rispetto alle scelte di vita e di orientamento si moltiplicano e si sfumano.

L’individualismo crescente e la diminuzione dei rapporti sociali aumentano i rischi di esclusione.

L’aspirazione alla libertà è sempre più forte ma diventa sempre più difficile prevedere il proprio avvenire e quello della società.

Alcune realtà socio-economiche

I lavori e i mestieri in costante evoluzione diventano poco visibili e sono sottomessi a fratture imprevedibili connesse alla mondializzazione. I media e la tirannia dell’urgenza accentuano le rappresentazioni illusorie di sé e del contesto. Si passa dal concetto di mestiere alla nozione di classificazione, qualifiche e competenze.

Come continuare a valorizzare il progetto professionale?

I percorsi orientativi sono sempre meno conformi a modelli prestabiliti ed è necessario abbandonare il modello adattivo dei pionieri dell’orientamento, ma non è facile!

Più c’è incertezza e complessità, più si cercano certezze.

Orientarsi, non è più cercare un lavoro per la vita (anche se può ancora accadere) ma è costruire un poco alla volta un itinerario, in base alle esperienze vissute,  proiettandosi in ipotesi di lavori, facendo scelte formative, utilizzando le proprie competenze per ipotizzare svariate attività professionali.

Però si continua a spingere le persone a fare un unico progetto e ad individualizzare l’aiuto, dimenticando che la condivisione delle esperienze  e le dinamiche di gruppo favoriscono il lavoro di trasformazione delle rappresentazioni sociali e l’emergere di progetti d’azione.

Diventa necessario promuovere un concetto di orientamento come leva di sviluppo sociale di un territorio.

Più c’è incertezza e complessità, più è necessario concertarsi per riflettere ed inventare i concetti e metodi di accompagnamento al cambiamento.

Attualmente il dialogo tra le istituzioni e gli utenti rimane difficile. Minore è il dialogo più le accuse reciproche aumentano. Si passa così dalla complicità dei cittadini con i propri eletti in periodo elettorale alla diffidenza rabbiosa nel resto del tempo.

Più c’è incertezza e complessità, più si cercano soluzioni semplicistiche.

Si tende a mescolare orientamento, selezione, triage, ripartizione, senza porsi la minima domanda etica: a chi è rivolto il consiglio del consigliere?

Ogni istituzione ha messo in piedi il proprio organismo detto per l’orientamento, teoricamente al servizio dei cittadini, praticamente al servizio dell’istituzione che li finanzia.

Paradosso crudele che non è sempre utile all’istituzione. Più c’è incertezza e complessità, più gli operatori di orientamento si trovano spaccati tra attese contraddittorie e finiscono per scoraggiarsi o assumere un atteggiamento difensivo.

 

3) ALTRI SCOGLI DA EVITARE

Il semplicismo

Siamo convinti della complessità della realtà e purtroppo il nostro spirito cartesiano ci incita a semplificare tutto, ad utilizzare tipologie, a collocare le persone in caselle. Per esempio, abbiamo una rappresentazione sociale della Francia che smussa le differenze geografiche, economiche e storiche, come se le disoccupazione fosse la stessa ovunque, come se le divisioni amministrative corrispondessero alla realtà. Si dice “sono del 93” oppure il servizio meteo ci trasmette “il meteo del 69”, come se il dipartimento del Rodano fosse una realtà geografica.

Il patologismo

La discesa in campo dei manager ha visto la creazione di gruppi a rischio facendo sembrare che chi ha bisogno di orientamento sia un malato più o meno grave. Ha visto la psicologizzazione di alcune pratiche  che trasformano le persone in “oggetti dell’orientamento”. Siamo tornati alle credenze pseudoscientifiche degli anni trenta.

            Il confusionismo

La sovrapposizione dei livelli di analisi è permanente: il pensiero scivola dall’individuale al collettivo, dal collettivo all’individuale, le generalizzazioni sono frequenti, facilitate dall’uso incongruo delle cifre.

Umberto Eco ne da un bell’esempio: se un uomo mangia due polli alla settimana e un altro non ne mangia neanche uno si conclude che gli uomini mangiano un pollo alla settimana!

Si dovrebbe agire facendo riferimento a statistiche rilevate su campioni particolari, cosa impossibile!

L’economismo

E’ presente soprattutto quando si tratta di distribuire finanziamenti, di valutare i risultati nel campo dell’orientamento. Poiché gli strumenti per valutare situazioni così complesse sono quasi inesistenti, invece di valutare ci si accontenta di controllare i risultati come se si trattasse di un prodotto di largo consumo: avete collocato quanti disoccupati? In quanto tempo? Dove? I media chiedono: ditemi i vostri dati di inserimento, in un minuto al massimo!

L’empirismo

Questo ostacolo è spesso presente e imperversa nell’orientamento perchè non è riconosciuto né come disciplina, né come scienza, né come arte. L’uomo della strada, i manager non immaginavano che esistessero saperi elaborati da più di cento anni nel campo dell’orientamento. E’ anche vero che il ripiegamento difensivo degli operatori non facilita certo l’acquisizione di questi saperi. Ogni settimana incontro qualcuno che viene a propormi uno strumento miracoloso o un nuovo test per l’orientamento pensando di essere stato il primo ad inventarlo….

 

4) PROPOSTE

 

Facilitare la costruzione di una cultura comune dell’orientamento lungo tutto l’arco della vita.

Partiamo dal principio che non possiamo cambiare l’orientamento per decreto, e che non è sufficiente programmare incontri  o scambiare indirizzi o pratiche per costruire culture comuni.

E’ lavorando insieme in progetti comuni indipendentemente dalle frontiere dei finanziamenti, dei diversi utenti, dei vari livelli di esperienza che riusciremo ad “addomesticarci”.

E’ predisponendo una formazione interistituzionale che si riuscirà a conoscerci meglio  e a capirci meglio.

Questa formazione non dovrebbe essere riservata solo agli operatori ma dovrebbe aprire finestre per gli operatori del sociale, ai manager, alla società civile, ai sindacati e ai datori di lavoro. E’ indispensabile  che gli altri professionisti possano partecipare agli aggiornamenti professionali e non solo informarsi in modo superficiale.

 

Sviluppare una corrente teorica per le pratiche di orientamento lungo tutto l’arco della vita.

La nostra ipotesi è che queste pratiche sono solo all’inizio. Vanno benissimo per risolvere problemi di selezione nell’urgenza o a breve termine ma non certo per un accompagnamento.

Si dovrebbero stringere legami tra gli operatori di orientamento e laboratori di ricerca multidisciplinare per realizzare programmi di ricerca. Un posto dovrebbe avere la tematica della valutazione delle azioni di orientamento.

Sviluppare una corrente di riflessione sui temi della laicità, di cittadinanza e di etica.

Nelle attività di orientamento si incontrano costantemente queste tematiche ed è inutile volerle ignorare accampando una pretesa neutralità. Infatti, aiutare le persone ad orientarsi, vuol dire portarle a riflettere sul senso che danno, avrebbero potuto, vorrebbero dare alla loro vita passata, presente e futura. Vuol dire portarle ad interrogarsi sui propri valori, sull’importanza dei ruoli che vogliono assumere (o meno), ecc. Come farlo rispettando le persone,  senza una interrogazione personale di tipo etico.

            Si tratta in fondo, e soprattutto, di cambiare i nostri modi di pensare, di introdurre la complessità nel senso di Edgar Morin, di accettare il carattere paradossale delle situazioni di orientamento nel senso di D.W. Winnicott e di G. Latreille.

 

            L’approccio Esperienziale e Paradossale dell’orientamento (AEP) elaborata da Trouver/Créer si propone di contribuire a questo cambiamento.

            Orientarsi, vuol dire inventare la storia personale e collettiva, cercare di darle un senso, condiviso con altri cittadini, una storia collettiva costantemente attraversata dalle nostre lotte e dai nostri sogni.

 

ROBERT SOLAZZI

(Tradotto dal Francese da M. Valentina Meurisse)